Christian Horner non aveva mai aperto così chiaramente alla Ferrari. Non una frase lasciata a metà nel paddock, non il solito gioco delle indiscrezioni e neppure una candidatura fatta filtrare da qualcuno. Stavolta è stato l'ex uomo forte della Red Bull a mettere Maranello in una categoria diversa da tutte le altre: a questo punto della sua carriera vorrebbe tornare in Formula 1 soltanto con un ruolo che gli garantisca anche una partecipazione nel progetto. Con una sola eccezione: Ferrari.

“La Ferrari è il marchio più importante della Formula 1. È il sogno”, ha spiegato parlando al Financial Times, definendo poi Maranello un “gigante addormentato”. Parole troppo nette per essere ridotte a una semplice dichiarazione di cortesia. Soprattutto perché arrivano dopo anni nei quali Horner e John Elkann si sono già cercati. Ora qualcosa è cambiato: non è più Ferrari a dover capire se Horner sarebbe disposto ad ascoltare. Horner ha già fatto sapere che ascolterebbe.

Horner ha appena eliminato uno degli ostacoli più grandi

Le parole pronunciate da Horner hanno un peso particolare soprattutto per un passaggio. Dopo ventuno anni trascorsi alla guida della Red Bull, il manager britannico non sente più la necessità di tornare semplicemente a sedersi su un muretto. La sua prossima avventura dovrebbe avere caratteristiche differenti: potere decisionale, capacità di incidere realmente e possibilmente una partecipazione azionaria. Una posizione perfettamente coerente con quanto aveva già lasciato intendere negli ultimi mesi, quando aveva spiegato di non essere interessato a diventare soltanto un altro dirigente all'interno di una grande organizzazione. E proprio qui arriva l'eccezione. Per Ferrari, Horner sarebbe disposto a rinunciare persino alla condizione dell'equity. È un dettaglio enorme, perché elimina in partenza uno dei problemi che avrebbero reso molto complicato portarlo a Maranello. Ferrari non è una squadra acquistabile a pezzi e John Elkann difficilmente avrebbe ridisegnato la proprietà del Cavallino per convincere un team principal. Horner, di fatto, ha detto che non servirebbe. Per quella macchina rossa, per quel marchio e per quella sfida, sarebbe disposto a fare qualcosa che non farebbe altrove.

Non è una storia nata oggi: F1-News.eu raccontava già i contatti

Ed è qui che bisogna riavvolgere il nastro. La pista Horner-Ferrari non nasce nel settembre 2026. F1-News.eu aveva già raccontato negli anni scorsi l'interesse di Elkann per il manager britannico e nel 2025 aveva riferito delle telefonate e dei contatti tra il presidente Ferrari e Horner. Non era ancora il momento. Horner era mediaticamente ancora dentro un'altra storia, il suo futuro non aveva ancora assunto i contorni attuali e Maranello aveva scelto di continuare con Frédéric Vasseur. Ma quel filo non si è mai realmente spezzato. Già nell'estate 2025, mentre si discuteva del rinnovo di Vasseur, raccontavamo come i contatti avuti con Horner e con altri profili facessero parte delle riflessioni di Elkann sul futuro della struttura. E ancora poche settimane fa il nome dell'ex Red Bull è tornato prepotentemente accanto a quello di Antonello Coletta quando la posizione del francese ha iniziato nuovamente a essere messa sotto pressione.

Per questo oggi sarebbe sbagliato descrivere tutto come una candidatura improvvisa. È piuttosto la prosecuzione di un corteggiamento che cambia continuamente condizioni. Prima Ferrari cercava Horner mentre Horner non sapeva che direzione prendere. Oggi Horner è libero, vuole ancora una grande sfida e ha appena indicato pubblicamente quale sarebbe l'unica squadra capace di convincerlo anche senza offrirgli una quota societaria. Mancava una porta aperta. Adesso c'è.

Il “gigante addormentato” è anche una provocazione

Definire Ferrari un “gigante addormentato” non è soltanto rendere omaggio alla storia di Maranello. Dentro quelle parole c'è inevitabilmente anche un giudizio sulla Ferrari contemporanea. Il potenziale esiste, le risorse esistono, gli uomini esistono, il peso industriale non è paragonabile a quasi nessun'altra squadra. Eppure il Mondiale piloti manca dal 2007 e quello costruttori dal 2008. Horner conosce perfettamente quei numeri. Ha costruito la Red Bull che prima ha battuto la Ferrari di Alonso e poi, molti anni dopo, ha demolito quasi ogni record con Max Verstappen. Se parla di gigante addormentato sta dicendo implicitamente che vede qualcosa che potrebbe essere risvegliato. E soprattutto che considera quella missione ancora abbastanza grande da giustificare il proprio ritorno.

Anche il riferimento a Toto Wolff non è casuale. Horner ha scherzato sul fatto di avere ancora “un altro ballo da ballare” e sulla necessità di tornare a disturbare il vecchio rivale Mercedes. Dietro la battuta c'è però la fotografia di un uomo che non considera conclusa la propria storia in Formula 1. E se davvero esiste un altro ballo, Horner ha appena indicato pubblicamente il salone nel quale gli piacerebbe entrare.

Ora la palla è completamente nelle mani di Elkann

A questo punto il problema non è più capire cosa voglia Horner. La domanda è cosa voglia fare John Elkann. Il presidente Ferrari aveva scelto Vasseur, gli ha dato tempo, lo ha difeso nei momenti difficili e gli ha affidato soprattutto la responsabilità del cambio regolamentare del 2026. Proprio per questo un'eventuale separazione non sarebbe una normale sostituzione. Significherebbe prendere atto che il ciclo iniziato nel gennaio 2023 non ha prodotto ciò che la proprietà si aspettava. E il 2026 doveva essere esattamente l'anno nel quale quel lavoro avrebbe dovuto raccogliere i propri frutti.

Ferrari è stata competitiva a tratti. Ha avuto la possibilità di rientrare nella lotta mondiale, soprattutto attraverso Lewis Hamilton, ma non è riuscita a trasformare quella possibilità in una vera offensiva. Sono arrivati errori, tensioni tra i piloti, discussioni sulla gestione delle gerarchie, difficoltà tecniche e un finale d'estate nel quale il rapporto tra aspettative e risultati ha iniziato a diventare sempre più pesante. Elkann non deve decidere se Horner sia un grande manager. Quello lo raccontano i risultati. Deve decidere se Vasseur abbia ancora il credito necessario per completare il proprio progetto.

Ed è qui che anche alcune dichiarazioni recenti iniziano ad assumere una sfumatura differente. Nessuno ha annunciato un addio e non esiste, al momento, una comunicazione ufficiale che indichi un cambio al vertice. Ma ascoltando attentamente Vasseur e gli stessi piloti ieri emerge una Ferrari che sembra aver già affrontato discussioni interne importanti. Dopo Monza il francese aveva parlato della necessità di chiarire alcuni principi con Hamilton e Leclerc. A Baku lo stesso Leclerc ha confermato che dopo gli episodi precedenti i due piloti hanno parlato e che le regole d'ingaggio sono ora chiare. Una frase apparentemente rassicurante, ma che racconta contemporaneamente che qualcosa da chiarire esisteva davvero.

Vasseur continua a difendere il gruppo e a respingere l'idea di una crisi interna. È il suo ruolo e sarebbe sorprendente il contrario. Ma la sensazione è che il tono sia cambiato. Non sono più soltanto le parole di chi sta costruendo. Sembrano sempre più spesso quelle di chi deve anche spiegare, difendere e ricompattare. Questo non significa che Vasseur sappia già di dover lasciare il posto. Sarebbe un salto logico che oggi non possiamo fare. Significa però che il suo contesto politico è profondamente diverso rispetto a quello di dodici mesi fa.

La questione delle partenze ha lasciato un segno più profondo dei risultati

C'è inoltre un episodio del 2026 che rischia di essere sottovalutato perché non si traduce direttamente in punti persi in una singola gara: la questione delle partenze. Ferrari aveva fatto una scelta tecnica precisa sulla nuova Power Unit. Il turbocompressore più piccolo garantiva una risposta più rapida ai bassi regimi e permetteva alla SF-26 di presentarsi al via con un vantaggio considerevole, pagando quella caratteristica anche attraverso compromessi in altre aree della prestazione. Era una scelta progettuale consapevole. Maranello aveva letto un problema del nuovo regolamento prima degli altri e aveva costruito attorno a quella previsione.

Poi il contesto è cambiato. Le difficoltà incontrate dagli altri motoristi hanno portato all'introduzione di una procedura di pre-partenza più lunga, concedendo tempo aggiuntivo per portare i turbocompressori nella corretta finestra di utilizzo in nome della sicurezza. Il vantaggio Ferrari è stato progressivamente neutralizzato. Vasseur non ha nascosto il proprio fastidio, parlando apertamente di una battaglia politica giocata bene dagli avversari e molto meno bene da Maranello.

Ed è proprio questo l'aspetto che potrebbe aver pesato ancora di più nei piani alti. Perché perdere una gara per due decimi è Formula 1. Costruire invece un vantaggio tecnico attraverso una scelta progettuale e poi vederlo evaporare attraverso una modifica procedurale significa anche perdere una battaglia politica. La Ferrari del passato, soprattutto quella vincente, non costruiva il proprio potere soltanto in galleria del vento. Aveva peso nei tavoli, capacità di pressione e una presenza fortissima nei meccanismi decisionali della Formula 1. Nel 2026 Maranello è sembrata invece subire la dinamica delle partenze più di quanto sia riuscita a governarla.

Ed è qui che Horner diventa qualcosa di più di un team principal

Se Elkann dovesse davvero pensare a Horner, non lo farebbe soltanto perché il britannico sa organizzare un reparto corse. Horner porta con sé vent'anni di battaglie politiche. Ha costruito una squadra vincente partendo dalla vecchia Jaguar, ha gestito uomini come Adrian Newey, Sebastian Vettel e Max Verstappen, ha affrontato Mercedes negli anni più duri e conosce perfettamente il valore delle battaglie fuori dalla pista. È esattamente questo che renderebbe il suo arrivo profondamente diverso da un semplice cambio di nome sulla porta dell'ufficio del team principal.

Nel precedente editoriale avevamo ricordato come la Ferrari di Jean Todt fosse strutturata attorno a una piramide molto chiara. Todt rappresentava il centro sportivo e politico, Ross Brawn quello strategico, Rory Byrne quello tecnico e Michael Schumacher il riferimento in pista. Horner non sarebbe Todt e la Formula 1 del 2026 non è quella del 2000, ma l'idea alla base sarebbe simile: restituire alla guida sportiva un peso che vada oltre la gestione del weekend di gara.

Il vero ostacolo potrebbe essere proprio il potere

Ed è forse qui che si nasconde la domanda più importante. Horner ha chiarito di poter rinunciare a una partecipazione azionaria se la squadra fosse Ferrari. Non ha però detto di essere disposto a rinunciare al potere. Anzi, tutto ciò che ha raccontato negli ultimi mesi suggerisce esattamente il contrario. Non tornerebbe per essere un dipendente incaricato di eseguire decisioni prese altrove. Vorrebbe incidere, modificare, scegliere uomini e impostazione. Vorrebbe probabilmente quella libertà decisionale che gli ha permesso di trasformare Red Bull in una macchina da titoli.

Ed è qui che Ferrari dovrebbe decidere quanto sia realmente disposta a cambiare. Perché chiamare Horner e poi inserirlo in una struttura nella quale il team principal deve continuamente mediare con più centri di potere avrebbe poco senso. Se Elkann lo vuole davvero, dovrebbe probabilmente consegnargli un mandato molto più ampio. Horner non sarebbe una toppa. Sarebbe una rivoluzione.

Il rinnovo di Vasseur non chiude più nessuna porta

Vasseur ha un contratto. Ma in Formula 1 i contratti raccontano soprattutto ciò che una squadra pensava nel momento in cui li ha firmati. Non possono garantire ciò che penserà sei mesi dopo. Ferrari lo ha confermato perché riteneva corretto assicurare stabilità al progetto. Questo non impedisce alla proprietà di interrogarsi oggi su ciò che è accaduto durante una stagione nata con aspettative enormi.

Lo stesso F1-News.eu aveva già sottolineato nelle settimane scorse come il rinnovo non potesse più essere considerato una protezione assoluta. Il nome di Antonello Coletta continua a esistere sullo sfondo, ma Horner rappresenta una soluzione completamente differente. Coletta significherebbe valorizzare un uomo interno, vincente nell'Endurance e profondamente inserito nella cultura Ferrari. Horner significherebbe invece rompere con quella cultura e affidarsi a qualcuno che arriva dall'esterno proprio per modificarla.

Tutto sembra incastrarsi. Ma manca ancora la scelta più importante

Le parole di Horner arrivano in un momento quasi perfetto per alimentare ogni scenario. Vasseur è sotto pressione. Il rapporto interno alla Ferrari ha attraversato settimane complicate. Hamilton ha chiesto cambiamenti nel modo di lavorare, salvo poi difendere pubblicamente gli uomini della squadra. Leclerc ha ammesso che tra i piloti sono serviti chiarimenti. Le indiscrezioni sul futuro della direzione sportiva continuano a circolare. E adesso l'uomo che Elkann ha inseguito in passato dice pubblicamente che Ferrari sarebbe l'unica eccezione alle condizioni che si è imposto per tornare.

È difficile immaginare una coincidenza più rumorosa.

Ma bisogna fermarsi un centimetro prima di trasformarla in una certezza. Horner ha aperto alla Ferrari. Non significa che Ferrari abbia deciso di prendere Horner. Tra le due cose esiste ancora tutta la distanza di una decisione presidenziale, di una trattativa e soprattutto della definizione di quale struttura si voglia costruire attorno a lui.

Adesso deve scegliere Elkann

Ed è proprio per questo che la palla torna a John Elkann. Per anni il presidente Ferrari ha avuto Horner tra i profili che più lo affascinavano. Lo ha cercato quando portarlo a Maranello sembrava quasi impossibile. Oggi la situazione si è ribaltata: Horner è disponibile, Ferrari è il suo sogno e persino la questione della partecipazione azionaria non rappresenterebbe un ostacolo. Le condizioni esterne, dunque, sembrano esserci. Quello che manca è capire se Elkann ritenga davvero concluso il ciclo Vasseur. Perché questa volta una eventuale mancata operazione non potrebbe essere spiegata con un rifiuto del britannico. Horner si è esposto. Ha definito Ferrari il marchio più importante della Formula 1, ha parlato di un gigante che aspetta di essere risvegliato e ha fatto capire di sentire ancora il bisogno di un'ultima grande battaglia.

Il corteggiamento, almeno da una parte, non è più nascosto.

E forse è proprio questa la notizia più pesante di tutte. Perché per anni ci siamo chiesti se Christian Horner avrebbe mai accettato la Ferrari. Oggi la domanda è cambiata: John Elkann è pronto ad affidargliela?

Sezione: Ferrari / Data: Ven 25 settembre 2026 alle 09:18
Mirko Borghesi / Twitter: @@BorghesiMirko
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Mirko Borghesi
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Editore e Direttore di F1 News, Mirko Borghesi è giornalista dal 2008. Regolarmente iscritto all'Odg, ha lavorato nel mondo del calcio, della politica e dello sport. Attualmente è capo ufficio stampa della Proracing Motorsport Academy di Fisichella, Cioci e Liuzzi; direttore artistico di AsiPlay, la tv dell'ASI, e collabora con diverse testate