Il 26 maggio, per la Formula 1 italiana, non è una data qualsiasi. Sessantuno anni fa moriva Alberto Ascari, ultimo italiano capace di vincere un Mondiale di Formula 1. Un nome che ancora oggi rimane sospeso tra leggenda e malinconia, perché da allora l’Italia non è più riuscita a riportare un proprio pilota sul tetto del mondo. Eppure, guardando ciò che sta facendo Kimi Antonelli in questa stagione, quel passato improvvisamente sembra meno lontano.
Ascari morì il 26 maggio 1955 a Monza, durante alcuni test privati al volante di una Ferrari Sport. Una tragedia diventata col tempo quasi simbolica nella storia del motorsport: quattro giorni prima era sopravvissuto al terribile incidente di Monaco, finendo addirittura nel porto del Principato con la sua Lancia D50, poi la decisione improvvisa di salire sulla Ferrari 750 Monza di Eugenio Castellotti e l’incidente al Curvone del Vialone, oggi Variante Ascari. Le coincidenze attorno alla sua morte alimentarono ulteriormente il mito: sia lui che suo padre Antonio morirono a 36 anni, entrambi il giorno 26 del mese e dopo essere stati protagonisti di incidenti molto simili.
Ma il motivo per cui oggi il nome di Ascari torna al centro del discorso non è soltanto commemorativo. È impossibile non collegarlo a quello che Antonelli sta costruendo nel 2026. Il pilota Mercedes, a soli diciannove anni, ha appena conquistato la quarta vittoria consecutiva in Canada ed è diventato il primo italiano dai tempi di Ascari a riuscire in una sequenza del genere.
Un dato che da solo spiega quanto il paragone sia inevitabile, almeno sul piano storico.
Attenzione però a non cadere nella narrazione facile del “nuovo Ascari”. Sarebbe un errore, e anche una forzatura. La Formula 1 degli anni Cinquanta e quella moderna sono mondi completamente diversi. Ascari correva in un’epoca dove il talento del pilota aveva un peso quasi assoluto e dove il confine tra coraggio e pericolo era sottilissimo. Antonelli invece sta crescendo nella Formula 1 dell’esposizione continua, dei social network, della pressione mediatica e delle analisi istantanee. Ogni weekend viene trasformato in un giudizio definitivo, ogni vittoria in una previsione sul futuro.
Ed è qui che il discorso diventa più interessante. Perché il motorsport italiano, in realtà, dopo Ascari non è mai rimasto senza talento. Michele Alboreto arrivò a giocarsi il Mondiale 1985 con la Ferrari contro Alain Prost. Riccardo Patrese chiuse secondo nel Mondiale 1992 con la Williams. Giancarlo Fisichella e Jarno Trulli sono stati per anni riferimenti assoluti del paddock, piloti stimati da tutti per velocità e qualità tecnica. Il problema è che nessuno di loro si è mai trovato davvero al centro di un progetto costruito fin dall’inizio per dominare la Formula 1.
Antonelli invece sembra essere arrivato in una situazione diversa. Mercedes lo ha cresciuto pensando a lui come uno dei riferimenti del proprio futuro, proteggendolo ma allo stesso tempo affidandogli rapidamente responsabilità enormi. E finora il ragazzo ha risposto con una maturità sorprendente. Le quattro vittorie consecutive ottenute tra Cina, Giappone, Miami e Canada lo hanno portato in testa al Mondiale con un vantaggio importante sul compagno di squadra George Russell. Non è ancora una stagione dominata, ma è abbastanza per riportare l’Italia dentro un discorso mondiale che mancava da troppo tempo.
C’è poi un altro aspetto che rende questo parallelismo affascinante. Ascari rappresentò il volto dell’Italia vincente nel momento in cui la Ferrari stava diventando una potenza assoluta del motorsport. Antonelli invece sta facendo il percorso opposto: è un italiano che sta riportando il tricolore al vertice guidando per Mercedes, mentre la Ferrari continua ancora a inseguire il ritorno definitivo al titolo. Un contrasto che racconta perfettamente quanto sia cambiata la Formula 1 moderna.
Naturalmente è presto per parlare di eredità. La carriera di Antonelli è appena iniziata e la Formula 1 contemporanea cambia velocemente: basta poco per passare dall’essere il fenomeno del momento a ritrovarsi schiacciati dalle aspettative. Anche per questo il rischio più grande sarebbe trasformarlo troppo presto in un simbolo nazionale. Ascari diventò Ascari attraverso anni di vittorie, dominio e personalità. Antonelli, oggi, deve ancora costruire tutto.
Eppure questo 26 maggio ha un significato particolare proprio per questo motivo. Per la prima volta dopo tanti anni, il nome di Alberto Ascari non viene ricordato soltanto guardando al passato. Viene evocato perché esiste finalmente un pilota italiano che sta riportando in superficie statistiche, ambizioni e sensazioni che sembravano ormai appartenere soltanto agli archivi della Formula 1. Non significa che Antonelli diventerà campione del mondo. Ma significa che, sessantuno anni dopo Monza, l’Italia è tornata almeno a immaginare concretamente quella possibilità. E forse è questo il vero filo che collega Ascari e Antonelli: la capacità di riaccendere un’attesa che il motorsport italiano aveva quasi smesso di concedersi.
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