L’apertura di Christian Horner alla Ferrari ha prodotto esattamente l’effetto che era facile immaginare: ha scosso Maranello e tutto ciò che ruota attorno alla Scuderia. Da quando l’ex uomo forte della Red Bull ha indicato il Cavallino come l’unica squadra per la quale sarebbe disposto a tornare in Formula 1 anche senza una partecipazione azionaria, indiscrezioni e smentite hanno iniziato a rincorrersi. Normale. Perché Horner non è semplicemente uno dei tanti nomi associati alla Ferrari: è un vecchio pallino di John Elkann.
F1-News.eu ne scriveva già nel 2025, raccontando contatti e telefonate tra le parti quando un suo arrivo sembrava molto più complicato di oggi. Adesso, però, il problema non riguarda più soltanto Horner. La vera partita è interna alla Ferrari. Frédéric Vasseur appare progressivamente più isolato, mentre intorno alla sua eventuale successione iniziano a emergere due strade profondamente differenti: quella internazionale e di rottura rappresentata da Horner e quella interna che porta a Jérôme D’Ambrosio.
Il problema di Vasseur non è più soltanto il risultato
La posizione di Frédéric Vasseur non può più essere letta esclusivamente attraverso la classifica. Il francese ha un contratto pluriennale, rinnovato dalla Ferrari nel luglio 2025, e pubblicamente la società aveva motivato quella scelta parlando di continuità, fiducia e solidità del progetto. Ma un contratto fotografa la situazione del momento in cui viene firmato, non necessariamente quella di quattordici mesi dopo. Oggi il problema sembra essere soprattutto un altro: Vasseur trova sempre meno sponde attorno a sé.
Il rapporto con John Elkann non sembra più avere la solidità iniziale; quello con Benedetto Vigna, secondo quanto filtra dall’interno, sarebbe ancora più complicato. E anche l’asse con Lewis Hamilton, uno degli elementi sui quali era stata costruita l’operazione che portò il sette volte campione del mondo a Maranello, non appare più granitico come nei primi mesi. Non significa che sia esploso tutto. Significa però che il capitale politico accumulato da Vasseur si è progressivamente ridotto. E quando in Ferrari iniziano a diminuire gli alleati, ogni difficoltà tecnica finisce inevitabilmente per assumere anche un significato politico.
Ferrari resta un microcosmo di poteri
È forse questo il tema che accompagna Maranello da più tempo. Ferrari non è una normale squadra di Formula 1. È un’azienda, un marchio globale, una struttura industriale e contemporaneamente una squadra corse nella quale convivono mondi differenti. Negli anni questo ha prodotto più centri di influenza, più sensibilità e, inevitabilmente, più correnti interne. Il team principal dovrebbe essere il vertice operativo della Formula 1, ma intorno a lui esistono il presidente, l’amministratore delegato, le strutture tecniche, il reparto motori, l’area commerciale e uomini che rispondono a logiche non sempre sovrapponibili.
È qui che Vasseur sembra essersi progressivamente trovato in difficoltà. La gestione inizialmente molto centralizzata gli ha permesso di imprimere la propria direzione, ma col passare del tempo il francese è stato anche fagocitato da dinamiche interne che non sempre è riuscito a controllare. Una delle questioni che avrebbe irritato maggiormente Vigna riguarda proprio la gestione della coppia Hamilton-Leclerc: due numeri uno lasciati troppo spesso liberi di arrivare allo scontro prima che esistesse una linea sufficientemente rigida dall’alto. Il problema non è avere due piloti fortissimi. Il problema è stabilire prima dove finisca la libertà dei piloti e dove inizi l’interesse della squadra.
Elkann guarda Horner: soprattutto per ciò che rappresenta fuori dalla pista
Se Christian Horner continua a essere il profilo preferito da Elkann, il motivo non può essere ridotto ai Mondiali conquistati con Red Bull. Horner rappresenta soprattutto un tipo di leadership che Ferrari non possiede da molto tempo. È un uomo abituato a occupare il centro del sistema, a parlare con proprietari, tecnici, piloti, sponsor e avversari mantenendo nelle proprie mani la regia complessiva. Ma è anche un dirigente che ha passato vent’anni a combattere politicamente con gli altri grandi poteri della Formula 1.
Ed è proprio questo uno degli elementi che affascinerebbe maggiormente Elkann: avere finalmente qualcuno capace di rispondere a Toto Wolff sullo stesso terreno. Non soltanto nella progettazione della monoposto o nella gestione di un weekend, ma nei rapporti di forza che esistono inevitabilmente fuori dalla pista. Ferrari nel 2026 ha già pagato la sensazione di aver perso alcune battaglie politiche pur avendo interpretato tecnicamente determinati aspetti meglio degli altri. Horner sarebbe, in questo senso, molto più di un team principal. Sarebbe un uomo al quale affidare anche una parte del peso istituzionale della Scuderia.
Vigna, invece, avrebbe una soluzione già dentro Maranello
La seconda strada porta a Jérôme D’Ambrosio. Ed è una soluzione completamente differente. Il belga non sarebbe un corpo estraneo da inserire nell’organizzazione: è già Deputy Team Principal, conosce uomini, processi e debolezze della squadra e ha già dimostrato di poter prendere in mano operativamente il weekend quando Vasseur non era presente. Dentro Maranello viene descritto come un carattere molto più duro di quanto l’immagine pubblica possa suggerire: meno disposto al compromesso, più rigido nell’applicazione delle regole interne e particolarmente attento alla disciplina organizzativa.
Ed è proprio qui che nascerebbe il gradimento di Vigna. Se Elkann sogna una figura capace di restituire enorme peso politico alla Ferrari (anche in borsa ndr), l’amministratore delegato potrebbe preferire una soluzione capace di correggere i difetti dell’attuale gestione senza demolire completamente la struttura costruita negli ultimi anni. D’Ambrosio sarebbe continuità e discontinuità contemporaneamente. Conosce il progetto Vasseur perché ne è parte, ma potrebbe interpretarlo con una catena di comando molto più rigida e con meno tolleranza verso alcune dinamiche interne.
Horner contro D’Ambrosio: non è soltanto una scelta di nomi
Per questo ridurre tutto a un semplice ballottaggio sarebbe sbagliato. Horner e D’Ambrosio rappresentano due Ferrari differenti. Scegliere il britannico significherebbe probabilmente mettere in discussione una parte consistente dell’attuale equilibrio di Maranello, consegnando la Formula 1 nelle mani di un uomo che pretenderebbe autonomia e potere reale. Puntare su D’Ambrosio significherebbe invece correggere dall’interno, sfruttando qualcuno che conosce già il sistema e potrebbe applicare con maggiore durezza principi che Vasseur non è riuscito sempre a imporre.
C’è poi una terza possibilità, al momento molto più remota: pescare ancora più profondamente dentro Ferrari. Un nome come Marc Gené, legato da anni alla Scuderia e perfettamente inserito nell’ambiente di Maranello, rappresenterebbe una soluzione sorprendente e oggi assai meno probabile. Ma la presenza stessa di alternative interne conferma quale sia ormai la vera domanda: non se esista un dopo Vasseur, ma quale forma potrebbe assumere.
Il precedente Todt resta la chiave di tutto
Nel ragionamento torna inevitabilmente Jean Todt. Non per nostalgia e neppure perché sia possibile replicare oggi la Ferrari degli anni Duemila. Quella Formula 1 non esiste più. Ma un principio organizzativo rimane attuale: la struttura vincente di Todt era piramidale. Le responsabilità erano chiarissime e il potere sportivo convergeva verso un uomo capace di controllare il progetto nella sua interezza. Ross Brawn, Rory Byrne e Michael Schumacher erano personalità gigantesche, ma nessuno aveva dubbi su quale fosse la catena di comando.
La Ferrari contemporanea ha seguito spesso il percorso opposto. Il potere è stato distribuito, diviso, equilibrato tra differenti figure con l’obiettivo comprensibile di non dipendere da un solo uomo. Il risultato, però, è stato talvolta una struttura nella quale il team principal risponde di tutto senza necessariamente controllare tutto. È una differenza enorme. E se Horner dovesse realmente arrivare, è proprio questo il primo problema che Elkann dovrebbe risolvere.
Che Ferrari verrebbe consegnata a Horner?
Le dichiarazioni di Horner fotografano bene la situazione quando definisce Ferrari un “gigante addormentato”. Il potenziale esiste. Gli uomini esistono. Le risorse esistono. La struttura tecnica esiste. Quello che continua a mancare è la capacità di trasformare tutto questo in un sistema capace di vincere con continuità. Ma pensare che basti assumere Horner per risolvere improvvisamente il problema sarebbe ingenuo.
Horner, da solo, può fare poco. Red Bull non ha vinto perché esisteva Christian Horner. Ha vinto perché Horner ha potuto costruire una struttura intorno a sé, scegliere gli uomini, distribuire le responsabilità e difendere quel sistema all’esterno. Se Ferrari volesse davvero prenderlo, dovrebbe quindi rispondere prima a una domanda molto più importante del contratto: quali poteri avrebbe?
Se dovesse entrare nella stessa architettura che negli ultimi anni ha lentamente consumato anche Vasseur, il rischio sarebbe enorme. Horner difficilmente accetterebbe di diventare un amministratore del quotidiano costretto a mediare continuamente con più centri decisionali. Il suo arrivo avrebbe senso soltanto con un ritorno a una struttura molto più piramidale, nella quale responsabilità e potere viaggino finalmente insieme.
E Hamilton? Le scorie del 2021 esistono, ma non sembrano un muro
Naturalmente esiste poi la questione Lewis Hamilton. Horner e il britannico hanno attraversato uno dei conflitti sportivi più duri della Formula 1 moderna, culminato nel Mondiale 2021 e in anni di dichiarazioni incrociate. Sarebbe quindi inevitabile interrogarsi sulla possibilità di farli convivere nello stesso garage. Ma anche qui la situazione appare meno rigida di quanto possa sembrare osservandola soltanto dall’esterno.
Hamilton resta un uomo estremamente esigente e ha già mostrato nel 2026 di voler incidere sul funzionamento Ferrari. Anche per questo non è amato da tutti a Maranello. Allo stesso tempo, però, il rapporto con Horner non sembra rappresentare oggi un ostacolo assoluto. Il britannico vuole soprattutto una squadra capace di offrirgli la possibilità di conquistare quell’ottavo titolo che continua a inseguire. Se Horner rappresentasse davvero la scelta di Ferrari per tornare a vincere, è difficile immaginare Hamilton trasformare le scorie del passato in un veto. Ci sarebbero inevitabilmente confronti, equilibri da ricostruire e anche vecchie diffidenze da superare, ma il problema principale resterebbe sportivo, non personale.
Il vero problema di Vasseur è essere rimasto quasi senza correnti favorevoli
Ed eccoci di nuovo al presente. Vasseur può ancora completare il 2026 con risultati importanti e la matematica non ha ancora chiuso tutto. Può arrivare un finale di stagione capace di cambiare il clima. Ma il problema è che oggi le correnti interne sembrano muoversi molto meno a suo favore rispetto al passato. Elkann continua ad avere Horner come riferimento ideale. Vigna vedrebbe con interesse una soluzione interna come D’Ambrosio. Hamilton non sembra più rappresentare quella protezione politica che avrebbe potuto essere nei primi mesi del progetto comune.
E quando tre delle aree dalle quali poteva arrivare maggiore sostegno iniziano a guardare in direzioni differenti, il contratto pesa inevitabilmente meno.
La fotografia di oggi: Horner leggermente davanti, D’Ambrosio vicinissimo
Provando a fotografare esclusivamente lo scenario che circola oggi intorno a Maranello, e non una certezza sul futuro, la situazione appare ormai molto più definita rispetto a qualche settimana fa. Horner rappresenta circa il 50% delle possibilità, D’Ambrosio è immediatamente dietro intorno al 40%. Le altre soluzioni interne o a sorpresa raccolgono complessivamente circa un 5%. E, nella situazione attuale, anche la possibilità che Vasseur resti team principal nel 2027 si è ridotta attorno al 5%.
Sono percentuali che possono cambiare molto rapidamente, soprattutto in una realtà come Ferrari. Non sono contratti firmati e non rappresentano annunci imminenti. Sono la fotografia di un equilibrio politico che oggi sembra essersi spostato. La candidatura di Horner ha accelerato un processo che esisteva già e ha costretto tutti a uscire almeno parzialmente allo scoperto.
Il gigante addormentato ha bisogno prima di tutto di scegliere chi comanda
Alla fine Horner ha probabilmente utilizzato l’espressione più efficace possibile. Ferrari è davvero un gigante addormentato: una struttura gigantesca per risorse, storia, competenze e possibilità che continua però a non trasformare tutto ciò in un dominio sportivo. Ma il problema non può essere risolto semplicemente scegliendo il nome più famoso disponibile.
Prima ancora di decidere chi sarà il prossimo team principal, Ferrari deve decidere cosa dovrà essere il prossimo team principal.
Un coordinatore tra differenti poteri? Un dirigente sottoposto a continui equilibri aziendali? Oppure il vertice reale di una piramide sportiva, responsabile dei risultati proprio perché dotato degli strumenti necessari per controllarli?
È questo lo snodo che rende la partita Horner-D’Ambrosio molto più importante di un semplice cambio sulla targhetta di un ufficio. D’Ambrosio significherebbe riformare la Ferrari attuale. Horner significherebbe probabilmente ricostruirne la catena di comando.
E forse proprio qui si decide il futuro di Maranello. Non tanto nel nome che verrà annunciato, quanto nel potere che Ferrari sarà finalmente disposta a consegnargli.
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