Nel giovedì di Abu Dhabi, alla vigilia dell’ultimo atto della stagione, Fernando Alonso si è presentato davanti ai media con il consueto mix di lucidità, esperienza e ironia. Il due volte campione del mondo ha analizzato il clima che si respira nel paddock quando la battaglia iridata entra nel suo capitolo finale, spiegando come anche un weekend che dovrebbe essere “normale” finisca inevitabilmente per caricarsi di significati diversi. L’asturiano ha raccontato come l’attenzione dei tifosi, degli addetti ai lavori e degli sponsor renda impossibile staccare davvero la spina: «Sono giorni in cui, anche se provi a isolarti, capita sempre qualcosa che ti ricorda quanto sia speciale questa gara», ha detto, sottolineando come la pressione esterna cresca mentre, una volta abbassata la visiera, tutto torni comunque alla routine di un pilota.
L’atmosfera cambia soprattutto fuori dalla monoposto, secondo Alonso, ma la guida resta la stessa. L’asturiano lo ha ribadito tracciando un parallelo con l’iconico finale del 2010, ultimo anno in cui tre piloti arrivarono a giocarsi il titolo nell’ultimo appuntamento. «Chi è leader ha un margine, ma in Formula 1 niente è davvero prevedibile», ha spiegato, ricordando come le decisioni legate alla Safety Car possano stravolgere una stagione intera. Un messaggio chiaro verso chi, osservando dall’esterno, pensa che basti amministrare. Secondo Alonso, non esiste una risposta definitiva nemmeno quando si parla delle qualità dei protagonisti della lotta mondiale: «A tutti piace pensare che con la macchina migliore si possa essere campioni, ma ci sono domande che non hanno davvero una risposta», ha aggiunto, soffermandosi sulla capacità di Max Verstappen di massimizzare sempre il potenziale della vettura.
La battuta su Verstappen e il “miglior pilota”
Proprio su Verstappen è arrivato il momento più tagliente dell’incontro con i media. Un giornalista gli ha chiesto se, nel caso in cui l’olandese non dovesse conquistare il titolo, ci ritroveremmo con un campione che non è il miglior pilota in griglia. Alonso, senza perdere il sorriso, ha colpito con una stoccata diventata subito oggetto di discussione nel paddock: «Succede da diciannove anni… quindi sarebbe soltanto il ventesimo», ha detto, in riferimento a quel 2006 che resta ancora il suo ultimo mondiale. Un lampo di ironia, ma anche un modo per ricordare quanto spesso i titoli non seguano fedelmente la scala dei talenti puri.
Pressione, body language e l’ultimo sguardo ai rivali
Alonso ha poi raccontato come si osservino a vicenda i protagonisti in un finale così teso: «Ti incroci nelle libere, nei briefing, nei momenti di attesa e capisci subito che ognuno porta con sé una tensione diversa». L’asturiano ha descritto il linguaggio del corpo dei rivali, il modo in cui ciascuno prova a mascherare pressione o sicurezza, e come la vera differenza resti comunque la competitività della monoposto. Perché nei giorni in cui il mondiale si decide, tra Ferrari, Red Bull e Mercedes ogni dettaglio, ogni sguardo e ogni scelta di set-up può alterare il destino di una stagione intera.
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