Il 20 marzo 2016, a Melbourne, la Formula 1 si trovò davanti a una di quelle immagini che restano impresse per anni. Nel corso del Gran Premio d’Australia, Fernando Alonso cercò di superare all’esterno Esteban Gutierrez in curva 3, mentre i due erano nelle retrovie. Il contatto con la Haas fu violentissimo: la McLaren dello spagnolo finì contro le barriere ad alta velocità, attraversò la ghiaia e si sollevò in aria, ribaltandosi prima di arrestarsi in una posizione drammatica. La scena fece temere il peggio, anche perché la monoposto appariva completamente distrutta. Alonso, però, riuscì a uscire da solo dall’abitacolo, pur riportando conseguenze fisiche serie, tra cui fratture alle costole e uno pneumotorace che lo costrinsero a saltare la gara successiva. Fu uno di quei casi in cui il sollievo arrivò solo dopo diversi interminabili secondi, quando divenne chiaro che il pilota era cosciente e in piedi.
I dati che riaprirono il dibattito
Quel botto non rimase soltanto un episodio spettacolare da archivio televisivo. L’analisi tecnica svolta in seguito dalla FIA mostrò con precisione quanto fosse stata estrema la dinamica dell’incidente. Grazie alle telecamere ad alta velocità montate sulle vetture e ai dati degli accelerometri, emerse un quadro impressionante: Alonso viaggiava oltre i 300 km/h al momento del contatto, e la monoposto subì decelerazioni enormi sia nell’urto laterale sia nei successivi ribaltamenti. Le immagini permisero anche di osservare i movimenti della testa del pilota all’interno dell’abitacolo, dettaglio centrale per gli studi sulla sicurezza. Laurent Mekies spiegò allora: “Quello che vogliamo capire è l’esatta dinamica di testa, collo e spalle in un impatto ad alta accelerazione”. E aggiunse: “Questo ci aiuta a capire cosa dobbiamo fare per la prossima generazione di abitacoli”.
Perché Melbourne cambiò davvero la F1
In quel periodo la Federazione stava già lavorando a soluzioni per aumentare la protezione della testa, ma l’incidente di Alonso rese il tema impossibile da rinviare. Uno dei punti più discussi riguardava proprio l’uscita del pilota dalla vettura distrutta: in molti sostenevano che con l’Halo sarebbe stato più difficile liberarsi. Per questo la FIA effettuò simulazioni specifiche, replicando anche quello scenario con il dispositivo montato. Il risultato fu decisivo. “Abbiamo fatto salire a bordo Andy Mellor e gli abbiamo chiesto di uscire esattamente nella posizione di Fernando. Incredibilmente, ci è riuscito”, raccontò ancora Mekies. Da lì in avanti, le resistenze si indebolirono sempre di più, fino all’introduzione ufficiale dell’Halo sulle monoposto del 2018. Oggi quel sistema è considerato indispensabile, ma una parte importante della sua definitiva affermazione passa proprio da Melbourne 2016: il giorno in cui la Formula 1 capì, senza più alibi, che proteggere la testa dei piloti non era una scelta estetica o politica, ma una necessità assoluta.
Fernando Alonso’s huge crash during the 2016 Australian Grand Prix #F1 #AusGP pic.twitter.com/nR6w2kMMd7
— Getty Images Motorsport (@MSI_Images) March 19, 2018
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