Carlo Vanzini è una delle voci più longeve e riconoscibili della Formula 1 moderna, protagonista di quasi due decenni di telecronache e approfondimenti. Dal 2007 a oggi ha attraversato ere diverse del Circus, diventando per milioni di tifosi un riferimento televisivo. La malattia che lo ha colpito non ha spento la sua energia, ma può cambiare il modo in cui il pubblico guarda alla sua figura e alla sua carriera. Dietro la telecronaca e le emozioni in diretta, c’è un professionista che oggi affronta una sfida dura, con umanità e con una forza interiore rara.
Dai primi microfoni Sky alle telecronache moderne
La storia di Vanzini nel Mondiale inizia nel 2007 con il Gran Premio di Gran Bretagna, in coppia prima con Gabriele Tarquini e successivamente con Marc Gené. Dopo tre stagioni di telecronaca, la Formula 1 esce da Sky per alcuni anni, per poi tornare nel 2013 con un investimento dedicato e un canale tematico, Sky Sport F1, di cui Vanzini diventa immediatamente la voce delle prove libere, delle qualifiche e dei Gran Premi. Nel 2024 è responsabile editoriale del team Sky dedicato alla categoria, un ruolo che racchiude competenze giornalistiche, tecniche, televisive e di coordinamento. Nel 2026, se tutto procederà come sperato, vivrà la sua 19ª stagione nell’ambiente della Formula 1, un traguardo che racconta la sua continuità in un settore molto competitivo.
Un professionista criticato, ma sempre coerente
In un’epoca di Formula 1 sempre più orientata allo spettacolo e alla narrazione, Vanzini ha scelto un linguaggio personale: termini diventati celebri come il “Predestinato” per Charles Leclerc, o il “fucsiah” per indicare il miglior settore cronologico, hanno provocato reazioni di entusiasmo e altrettante critiche. Una parte del pubblico considerava la sua telecronaca troppo emotiva, un’altra lo rimproverava per presunti favoritismi verso determinati piloti. I social, spesso rumorosi e giudicanti, hanno trasformato questa dialettica in confronto costante, talvolta poco costruttivo. La malattia ha improvvisamente azzerato questo clima, almeno stamattina, come se il giudizio feroce si fosse dissolto con la notizia della sua battaglia personale. Ma la verità è che Vanzini ha sempre fatto televisione e giornalismo nel modo che riteneva più autentico, senza provare a imitare la narrazione degli anni ’90 o 2000. Le critiche, che in alcuni periodi erano quotidiane, oggi sembrano svanite, come se il dolore avesse reso tutti più rispettosi. Questo non è bello, perché è meno vero. E' ancora volta il simbolo di un tempo in cui i social danno a tutti l'opportunità di "vomitare" ciò che vogliono, senza sapere nulla del lavoro che c'è dietro i professionisti del settore. Per invidia? Non so. Sarebbe bello continuare a leggere le critiche di coloro i quali non gradiscono il suo stile, perché la vita è giusto che prosegua con linearità. E' quanto di più bello c'è per dare forza, rabbia, quel contrasto di emozioni. Semplicemente "abbassando i toni". Anche nel criticare ci vuole stile. E un plauso a coloro i quali premettono, nel loro messaggio di vicinanza, di essere proprio parte di quella fazione. Perché è giusto, perché non c'è nulla di cui vergognarsi se c'è educazione nell'esprimersi.
Una battaglia dura e un desiderio: continuare a raccontare
Negli ultimi mesi, chi lo ha incrociato, chi lo ha visto in TV, ha visto un uomo segnato dalle terapie ma ancora grintoso, sempre con la stessa carica che lo ha reso familiare al pubblico. Il cappellino, il volto glabro, la barba scomparsa per effetto dei farmaci e lo sguardo forte ma dai contorni pallidi raccontavano molto più di qualsiasi comunicato. Tutti speravano, tranne gli amici intimi che probabilmente sapevano, non so, che non fosse quello che pensavamo. Oggi la vicinanza è unanime e l’augurio più sincero è che riesca a superare questa sfida e a riprendere il suo lavoro con la forza di sempre. Il sogno è immaginare Vanzini nel 2026 a raccontare una Ferrari finalmente competitiva, con Leclerc capace di vincere gare decisive, magari lottando per un Mondiale lasciando scivolare tra le mani l'opzione con l'Aston Martin, facendo urlare "il Predestinato vince il Mondiale di Formula 1!". Sarebbe un simbolo potente: una Scuderia tornata protagonista, un racconto tecnico e umano all’altezza delle emozioni migliori e un professionista che, superata la prova più dura, torna a fare ciò che ama davanti a milioni di persone, con la stessa voce che ha diviso, emozionato e tenuto compagnia a generazioni di tifosi.
Mirko Borghesi / Twitter: @@BorghesiMirko
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