A Spa mancavano meno di due secondi. Tanto separava Charles Leclerc dalla Mercedes di Kimi Antonelli sotto la bandiera a scacchi. Dopo le vittorie di Barcellona e Silverstone, quel secondo posto sembrava la conferma definitiva: Ferrari non aveva soltanto rialzato la testa, aveva finalmente trovato il passo per giocarsela con i migliori.

Quattro Gran Premi dopo, quella fotografia appare molto più lontana. Budapest, Zandvoort, Monza e Madrid non hanno raccontato una Ferrari improvvisamente lenta, ma qualcosa di forse più preoccupante: una squadra abbastanza veloce da creare aspettative e ancora troppo fragile per trasformarle in continuità. Il salto di qualità sembrava dietro l'angolo. È rimasto lì.

In Ungheria c'erano già tutti gli ingredienti per confermare la crescita. Hamilton aveva trovato una Ferrari da prima fila, Leclerc partiva secondo e la SF-26 sembrava poter recitare un ruolo importante. La domenica ha restituito invece un quarto e un quinto posto, tra penalità, difficoltà nelle partenze e una gara che non ha mai preso la direzione sperata.

Zandvoort è stato meno traumatico, ma forse ancora più indicativo. Hamilton quarto, Leclerc quinto, con entrambe le Ferrari immediatamente alle spalle del podio. Non un disastro, certamente. Ma proprio per questo un'altra occasione che lascia qualcosa sul tavolo: Leclerc ha chiuso ad appena 1,352 secondi da Russell, mentre Hamilton era ancora più vicino alla Mercedes.

Poi Monza. La gara che avrebbe dovuto riaccendere definitivamente l'entusiasmo ha finito per mostrare il lato più fragile della Ferrari. Leclerc e Hamilton partivano terzo e quarto, ma il contatto nelle prime fasi ha fatto precipitare indietro Lewis, mentre Charles ha perso la vettura alla Parabolica terminando contro le barriere. Hamilton ha rimontato fino alla sesta posizione, troppo poco per salvare il weekend di casa.

Madrid doveva essere la risposta. È diventata invece il quarto capitolo della stessa storia. Hamilton è scattato dalla quarta posizione e nei primi chilometri ha mostrato un passo che lasciava immaginare ben altro risultato, prima che un problema ai freni lo costringesse al ritiro. Leclerc ha provato una strategia differente, allungando enormemente il primo stint nella speranza che la gara gli offrisse un'occasione. Non è arrivata. Quarto posto, ancora una volta ai piedi del podio.

Ed è forse questo l'aspetto che dovrebbe preoccupare maggiormente Maranello. Sarebbe più semplice spiegare queste quattro gare con una macchina semplicemente inferiore. La SF-26, invece, ha continuato a lasciare intravedere qualcosa.

A Zandvoort Leclerc ha persino firmato il giro più veloce della gara. A Monza Ferrari occupava la seconda fila. A Madrid Hamilton riteneva di avere tra le mani una vettura capace di puntare molto più in alto. Segnali differenti, tutti accomunati dallo stesso finale: il potenziale c'è stato, il risultato quasi mai.

È qui che passa il confine tra una monoposto competitiva e una squadra realmente pronta a contendere il vertice. Mercedes, quando ha avuto l'occasione, ha raccolto. Ferrari troppo spesso ha dovuto spiegare dopo la bandiera a scacchi perché quell'occasione fosse sfumata.

Non esiste neppure un unico colpevole da indicare. A volte è mancata l'esecuzione, altre la qualifica, altre ancora sono arrivati errori, problemi tecnici o strategie costrette a cercare qualcosa che il passo puro non permetteva di ottenere. Ed è proprio la varietà delle cause a rendere il quadro più significativo: quando cambiano gli episodi ma il risultato continua a essere lo stesso, smettono di essere soltanto episodi.

Torniamo allora a Spa. A quei meno di due secondi che separavano Leclerc dalla vittoria e alla sensazione che Ferrari avesse finalmente attraversato la parte più difficile della propria stagione. Sembrava il punto dal quale ripartire. Quattro Gran Premi più tardi rischia invece di sembrare il punto dal quale la Rossa non è mai realmente riuscita ad andare avanti.

Ferrari non deve ritrovare la velocità: quella, almeno a tratti, c'è già. Deve imparare a trasformarla in qualcosa di più concreto. Perché vincere una gara dimostra che una macchina può farcela; presentarsi ogni domenica nelle condizioni di farlo dimostra che una squadra ha davvero cambiato dimensione.

A Spa il salto sembrava ormai pronto.

Da Budapest a Madrid, Ferrari ha scoperto di non averlo ancora fatto.

Sezione: Editoriale / Data: Mar 15 settembre 2026 alle 21:00
Francesco Franza
vedi letture
Francesco Franza
autore
Ho 37 anni, sono nato e cresciuto a Roma e mi sono laureato in Comunicazione e Multimedialità presso l’Universitas Mercatorum con 107/110. Lavoro come IT Support Professional, ma collaboro con F1-News.eu per costruire la mia carriera nella comunicazione, la mia più grande passione. Amo i motori da sempre e i trionfi di Schumacher in Ferrari