Ci sono statistiche che raccontano successi, altre che svelano il lato più crudele della Formula 1. Nell’era ibrida, iniziata nel 2014, una classifica in particolare colpisce per il suo peso simbolico: quella dei ritiri. In cima non ci sono piloti occasionali o meteore, ma due nomi pesanti del motorsport moderno, entrambi spagnoli. Fernando Alonso e Carlos Sainz condividono un primato che nessun pilota vorrebbe detenere, fatto di domeniche finite troppo presto e occasioni svanite tra fumo e silenzi radio.
Alonso e Sainz tra sfortuna e scelte tecniche
Fernando Alonso guida questa particolare graduatoria con 48 ritiri nell’era ibrida. Un numero che racconta molto del suo percorso tormentato, tra progetti ambiziosi mai decollati, motori fragili e cambi di squadra spesso dettati dalla speranza di ritrovare competitività. “In certi anni sembrava bastasse partire per sapere già come sarebbe andata a finire”, è il pensiero che emerge spesso osservando la sua carriera post-2014. Subito dietro c’è Carlos Sainz, fermo a quota 42 ritiri. Nel suo caso il dato sorprende ancora di più, considerando una carriera costruita con costanza e una crescita tecnica evidente, culminata con l’approdo in Ferrari F1. Eppure, tra guasti meccanici, contatti e strategie saltate, anche per lui il conto dei “DNF” è diventato pesante.
Una classifica che racconta l’altra faccia della F1
Alle spalle dei due spagnoli troviamo un terzetto a pari merito: Romain Grosjean, Kevin Magnussen e Nico Hülkenberg, tutti fermi a 35 ritiri. Nomi diversi, carriere differenti, ma un filo comune che attraversa l’era ibrida della F1 Formula 1: l’affidabilità estrema richiesta da power unit sempre più complesse. Questa statistica, spesso liquidata come semplice curiosità, in realtà racconta quanto il confine tra successo e fallimento sia sottile. Un ritiro non cancella il valore di un pilota, ma ne segna il percorso, ne condiziona la percezione e spesso anche le scelte future dei team. Nel caso di Alonso e Sainz, il dato assume un significato quasi ironico: talento indiscusso, carriere di alto livello e, allo stesso tempo, una lunga scia di gare finite anzitempo. Una fotografia cruda ma reale della F1 moderna, dove la velocità non basta e la sofferenza tecnica fa parte del gioco.
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