La FIA ha lanciato una battaglia seria contro la tossicità che invade i social media nel mondo della Formula 1 e non solo. Dal 2023, con la campagna United Against Online Abuse, l'organo di governo del motorsport si sta muovendo concretamente per affrontare gli abusi online verso piloti, team e giornalisti sportivi, arrivando persino a ricercare la prima azione legale contro gli autori di insulti e minacce digitali. Erin Bourke, responsabile del progetto, racconta come la piaga degli insulti misogini, razzisti e personali stia peggiorando, colpendo soprattutto le donne e i giornalisti di minoranze, ma che la FIA è pronta a non lasciare nulla impunito, utilizzando anche strumenti tecnologici avanzati come l'intelligenza artificiale per monitorare e intervenire in tempo reale.
Un problema che va oltre lo schermo
La dimensione degli abusi online non si limita allo spazio virtuale: minacce serie, doxxing e molestie arrivano direttamente a influenzare la vita privata e la salute mentale degli atleti. La FIA vuole sensibilizzare e dare supporto concreto, costruendo un sistema di difesa basato su formazione, supporto psicologico e interventi legali. La campagna è sostenuta da una coalizione globale che coinvolge federazioni sportive, governi e piattaforme social, sebbene il dialogo con questi ultimi resti ancora complesso. L’obiettivo è chiaro: non si tratta solo di silenziare, ma di creare uno spazio dove gli sportivi possano vivere la propria carriera senza essere bersaglio di violenza digitale.
Il volto nascosto della popolarità
L’esplosione di popolarità della Formula 1, accelerata da fenomeni come Drive to Survive, ha portato con sé anche un aumento del tribalismo online e della aggressività nei confronti dei protagonisti. Ma come sottolinea Bourke, il fenomeno non è recente né limitato alla F1: riguarda tutto lo sport e coinvolge soggetti di ogni età e condizione sociale. Per questo la FIA punta a far entrare nella cultura sportiva una consapevolezza nuova: chi insulta e minaccia online non è invisibile, può essere individuato e perseguito. Alla base resta la necessità di un impegno collettivo per difendere la dignità di chi corre in pista, da McLaren a Ferrari, passando per i giovani piloti che già oggi devono fare i conti con minacce difficili da credere, a volte addirittura da bambini.
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