Ripensando alla sua breve avventura ai vertici della Red Bull Racing, Pierre Gasly non nasconde un mix di delusione e realismo. Quel 2019, quando fu promosso al fianco di Max Verstappen, rimane uno dei capitoli più difficili della sua carriera: non fu certo un trionfo né per lui né per la squadra, in un clima in cui la pressione e le dinamiche interne misero a dura prova il giovane francese, allora reduce dalla sua prima stagione completa in F1.
Una promozione piena di aspettative
L’arrivo in Red Bull fu accolto con grandi speranze: Gasly, dopo diverse stagioni di crescita con il team satellite, fu scelto per sostituire Daniel Ricciardo e affiancare Verstappen. Ma la realtà si rivelò ben diversa dalle aspettative. Il francese ha ricordato come le condizioni all’interno del team non fossero ideali per esprimere al massimo il suo potenziale: “Non mi hanno dato gli strumenti giusti per lottare ai massimi livelli”, ha raccontato, spiegando che l’ambiente e la struttura di supporto non lo hanno aiutato a consolidarsi accanto al campione olandese. E in effetti, dopo appena 12 gare, Red Bull decise di richiamare il francese al team satellite, sostituendolo con un altro pilota. “Non erano contenti, ma nemmeno io ero felice, perché capivo che non potevo davvero mostrare ciò di cui ero capace”, è stato il giudizio lapidario del pilota transalpino, sintetizzando la frustrazione di quel periodo.
Una lezione per il futuro
Nonostante le difficoltà, Gasly considera quell’esperienza qualcosa di formativo, parte integrante della sua crescita come pilota in Formula 1. La retrocessione e la mancanza di supporto tecnico lo spinsero a reinventarsi, prima tornando al team di Faenza e poi trovando nuove responsabilità con l’attuale squadra. La consapevolezza delle dinamiche interne a uno dei top team del Circus e la pressione di dover performare in toto lo hanno reso più forte e determinato, tanto da affrontare le sfide successive con una prospettiva più matura.
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