Alla guida della Mercedes dal 2013, Toto Wolff ha costruito uno dei cicli più dominanti della storia recente della Formula 1, con otto titoli costruttori e sette mondiali piloti conquistati dal team di Brackley, sei dei quali firmati da Lewis Hamilton e uno da Nico Rosberg. Eppure, parlando con Forbes, l’austriaco ha respinto qualsiasi idea di comfort: “Se scivoli da eccellente a semplicemente buono, perché perdi motivazione o resti indietro tecnologicamente, allora questo diventa un sedile a espiazione”. Un’affermazione che smonta l’idea del team principal intoccabile.
“La leadership non è una cosa individuale”
Wolff si dice quasi a disagio quando si parla di leadership in senso tradizionale: “Faccio fatica con l’idea di un singolo leader”. Il suo ruolo, spiega, non è quello dell’uomo solo al comando, ma di chi coordina competenze diverse e prende la decisione finale solo dopo aver ascoltato il collettivo. “Non posso essere il miglior CEO, il miglior direttore finanziario e il miglior responsabile marketing allo stesso tempo”. Una visione che ribalta la narrazione eroica del capo e mette al centro il sistema, non l’ego.
“Sono responsabile di 2.000 persone”
Il peso maggiore, per Wolff, è la responsabilità umana: “Sono responsabile delle 2.000 persone che lavorano qui, delle loro famiglie, dei loro mutui, dei loro sogni”. Anche per questo non prende in considerazione un passo indietro. Nonostante la cessione di parte delle sue quote, ha chiarito: “Non ho intenzione di vendere la squadra né di rinunciare al mio ruolo”. Una linea condivisa anche da Valtteri Bottas, che ne ha elogiato le capacità relazionali: “Sa leggere le persone e capire quanta pressione serve a ciascuno”. In Mercedes, la leadership resta tutto fuorché comoda.
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