“E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire” si conclude così il monologo di Roy Batty, interpretato da Rutger Hauer, sul tetto di un palazzo dopo aver salvato la vita al suo nemico Rick Deckard. Ecco, i tifosi Ferrari hanno perso i ricordi vincenti, come lacrime nella pioggia, e, anche se molti vorrebbero lasciarsi andare nello sconforto, non è ancora tempo di morire. I due gran premi in Austria hanno fotografato una realtà dispotica per il retaggio a cui la Ferrari è abituata, ma d’altronde nessuno si aspettava una pandemia globale e quindi perchè non aspettarsi una Ferrari che non riesce a mettere nemmeno uno dei due piloti oltre il 9° posto (Australia 2005, l’ultima volta). Come esce la SF1000 e l’intera scuderia da questo doppio appuntamento in Stiria?
Alla rivoluzione concettuale portata avanti dalla Ferrari durante l’offseason serve ancora tempo. Si è passati da una SF90 scarica aerodinamicamente con una power unit formidabile (ma forse illegale) ad un SF1000 molto più carica, a livello aerodinamico, che cerca molto di più il grip ma che ha portato la Ferrari ad essere pachidermica sui rettilinei e ad avere gli stessi problemi di sottosterzo del 2019. Tutto parte dalla power unit: quella dello scorso anno aveva garantito fiducia, tante pole e una base di partenza solida su cui costruire. Era stata in grado di conquistare pole, non solo su piste dai grandi rettilinei, ma anche in quelle dal grande carico aerodinamico (grazie agli aggiornamenti portati a Singapore) come Sochi o Suzuka. Dalla direttiva di Austin sul flussometro della benzina, il nulla. La Ferrari ha ricostruito una power unit, che si è rivelata affidabile ma molto più lenta. Infatti, tutti i motorizzati Ferrari stanno faticando nelle classifiche delle top speed.
La questione carico aerodinamico è la seconda. Ce n’è di più dello scorso anno, si vede il miglioramento nei settori guidati in cui la Ferrari fa bene, ma ci vuole ancora molto per trovare un equilibrio soddisfacente. La chiave è tutta lì: ricercare un equilibrio tra velocità di punta e carico aerodinamico. I miglioramenti tra Austria e Stiria non sono stati vistosi (un decimo), quantomeno sul giro veloce. Il riscontro in pista non ci sarà mai, ma in Ferrari prospettavano comunque una buona dose di competitività. Continueranno a pioggia altri aggiornamenti: nuove pance in Ungheria e un altro alettone a Silverstone.
Arriviamo poi agli errori dei piloti, alla stessa curva come un beffardo segno del destino. Un doppio errore di valutazione dovuto alla pressione che guidare una Ferrari alla ricerca decennale di un titolo ti porto, ma anche dalla reale conoscenza del mezzo a disposizione. Nel momento in cui non senti che la vettura sia in grado di sfornare sorpassi su sorpassi, rischi di fare scelte avventate nel momento in cui ti si apre la finestra per farne più contemporaneamente.
Prendiamo tre situazioni viste in questi due weekend: Vettel sbatte su Sainz in curva 3, provando a buttarsi all’interno, quando in curva c’erano già due macchine. Errore, non puoi passare. Leclerc, in partenza, in curva tre, sbatte su Vettel, provando a buttarsi all’interno, quando in curva c’erano già cinque macchine. Vista la settimana precedente, se non si passava in tre, non si passa neanche in sei. Gp Stiria, fine gara, lotta tra Ricciardo e Stroll per la sesta piazza. Dietro arriva Lando Norris che sfrutta l’atteggiamento troppo aggressivo di Stroll per infilare i due all’interno. Il senso di questa disamina è che guidare una macchina del genere è come un uroboro, un serpente che si morde la coda: sai di non avere chance per fare tanti sorpassi, quindi rischi di sorpassarne più di una macchina in una volta. Ma non avendo una macchina capace di fare magie (come la McLaren di Norris), la manovra diventa azzardata.
Rutger Hauer iniziava quel monologo dicendo “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginare”. Diciamo che anche i tifosi Ferrari hanno visto cose che neanche immaginavano.
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