Mick Schumacher vive il passaggio all’IndyCar come l’occasione di ritrovare ciò che gli era mancato in Formula 1. Dopo aver lasciato la categoria regina, il pilota descrive il suo approdo negli Stati Uniti come una scelta maturata con lucidità e entusiasmo. Le vittorie in Formula 3 e Formula 2 avevano alimentato la sua crescita, ma in F1, soprattutto con la Haas, si era imbattuto in un limite tecnico che definiva troppo rigidamente quanto fosse possibile ottenere: “In Formula 1, le monoposto definiscono in modo molto netto ciò che è possibile”. L’IndyCar, invece, gli appare come un contesto più meritocratico, dove il valore del pilota incide davvero. “Dipende molto di più da te stesso”, afferma, convinto che questo cambi radicalmente il suo modo di vivere le gare.
Il piacere della lotta diretta
Schumacher racconta il fascino di una categoria in cui il contatto e il corpo a corpo non sono demonizzati, ma parte integrante dello spettacolo: “Mi ricorda un po’ i bei vecchi tempi del kart”. I test a Indianapolis sono stati decisivi per azzerare ogni incertezza. Quella giornata gli ha ridato la sensazione autentica di guidare al limite, senza filtri, immerso nella macchina e nelle sue reazioni. “È fantastico. Questo è ciò che le corse dovrebbero essere”, spiega. Per lui, il richiamo più forte è proprio questo ritorno alla guida pura, a una competizione vissuta con aggressività e coraggio. Sentiva il bisogno di un ambiente in cui potersi esprimere senza dover solo “gestire”, e la IndyCar gli ha aperto una porta che non voleva tenere socchiusa.
Ovali, rischio e convinzione assoluta
Il tema della sicurezza, soprattutto sugli ovali, rimane centrale. Schumacher non lo ignora, ma lo affronta con pragmatismo: “Il motorsport è pericoloso in generale. Non vedo perché una cosa debba essere più pericolosa di un’altra”. Dopo numerosi confronti con il team, si sente rassicurato dal lavoro svolto per aumentare la protezione dei piloti, pur mantenendo rispetto per una disciplina estrema: “Le velocità sono folli, stiamo guidando incredibilmente vicini”. Nonostante lo scetticismo di suo zio Ralf, non ha voluto un impegno parziale: o tutto, o niente. “Per me era importante non fare nulla a metà”. E la sua conclusione non lascia spazio a interpretazioni: “Non sarei qui se non fossi convinto al cento per cento”.
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